Il disturbo dell’adattamento in ambito militare

Negli ultimi tempi, i concorsi per entrare a far parte delle Forze Armate costituiscono una delle poche opportunità ancora esistenti per poter lavorare nell’Istituzione Pubblica.

Molti giovani, terminato il loro iter di studi nella scuola superiore decidono di intraprendere la carriera militare, più mossi dall’esigenza di un lavoro stabile e sicuro che da una effettiva passione o volontà di mettersi al servizio della Nazione.

Il giovane che entra per la prima volta in contatto con l’ambiente militare, è sradicato dai suoi punti di riferimento affettivi originari e si trova catapultato in una nuova collettività nei confronti della quale si sente estraneo. In questa fase può sperimentare vissuti di spersonalizzazione e crisi di identità di fronte alla richiesta implicita di cominciare a considerarsi come facente parte di un “corpo d’armata” e non più come individuo.

Una vita di disciplina, quale è quella militare, in una struttura fortemente gerarchica e in un contesto operativo regolamentato, viene spesso vista in opposizione alla libertà individuale. Inoltre, il modo repentino in cui avviene il passaggio dalla vita civile alla vita militare, quindi da una situazione psicologica ad un’altra, rappresenta un ulteriore fattore di rischio di sofferenza psichica che in alcuni casi può trovare sfogo nelle manifestazioni cliniche del disturbo dell’adattamento.

L’ingresso nell’ambiente militare, richiede al giovane di attivare un processo di adattamento che, facendo leva sulle sue risorse fisiche, psichiche e sociali, gli consente di inserirsi nel nuovo contesto di vita senza subire particolari conseguenze negative.

Sul piano fisico, il giovane deve essere in grado di sopportare la fatica di una attività addestrativa, i cambiamenti nelle abitudini alimentari e quindi l’adeguamento ad una alimentazione pianificata, ed infine deve abituarsi alla variazione dei ritmi sonno-veglia imposti dall’organizzazione militare.

Sul piano psicologico il nuovo ambiente esige comportamenti di subordinazione verso i superiori, inesistenti nella vita civile, l’assoggettamento a nuove ritualità coatte come la vestizione, il divieto di allontanarsi dalla caserma quando lo si desidera, l’obbligo di rispettare precise norme disciplinari e di seguire precisi orari di attività giornaliere programmate.

Sul piano sociologico, il giovane deve allontanarsi dalla famiglia e lasciare il proprio universo culturale, per andare a vivere in una collettività che esige una integrazione nel gruppo così come richiesto dal contesto istituzionale.
Per tutti questi motivi l’impatto con la vita militare può essere stressante e mobilitare le difese dell’organismo iper-attivando gli assi neuroendocrini, ipofisi-corticosurrene e ipofisi-tiroide, con la produzione di cortisolo.

Allo stesso modo, dal punto di vista psicologico, l’inserimento nell’ambito militare può portare alla rottura di un equilibrio che assume le caratteristiche di una crisi, che non sempre si manifesta comunque in modo acuto e che anzi può compiersi in modo proficuo. Se invece crea un disagio, si possono innescare meccanismi difensivi che spingono il giovane a chiudersi e isolarsi, rendendolo incapace di avviare nuove relazioni. E’, invece, proprio l’interazione personale, che produce gruppi e sottogruppi generalmente sulla base della comune provenienza, a ridurre la tensione iniziale e portare al superamento della fase “di allarme”.

Dopo un primo impatto giocoforza traumatico a distanza di una-due settimane il militare dovrebbe avere compreso l’atmosfera psicologica e le norme del suo nuovo “status”, riuscendo a regolare il proprio comportamento. Il gruppo, in questa fase “di resistenza”, da estraneo e atipico, appare protettivo e rassicurante per il fatto che c’è una comunanza di attese, dal giuramento alla destinazione definitiva, in assenza di distinzioni per gerarchia o anzianità.

Se questi rapporti, però, non si instaurano o avvengono in maniera frammentata ed incompleta, il rischio di disturbo dell’adattamento ha nei primi quindici giorni il suo picco.
In generale un disturbo dell’adattamento comporta una sensibile compromissione del rendimento lavorativo, sociale e relazionale.

Le manifestazioni cliniche del disadattamento possono interessare la sfera fisica con la somatizzazione dell’ansia e la comparsa, per esempio, di sintomi di debolezza, di scarsa attenzione e alterazioni del ritmo cardiaco ecc.; oppure possono avere una ricaduta sul comportamento. In questo, generalmente si tratta di alterazioni della condotta che possono manifestarsi con la ripetuta violazione dei diritti altrui, delle norme e della disciplina di caserma. Si possono verificare tentativi di fuga o di allontanamento che esprimono un rifiuto, ma non una rottura con l’Istituzione in quanto il militare sa che l’Istituzione si preoccuperà della sua assenza.

Ci possono essere anche condotte aggressive come alterchi, offese, risse attraverso le quali il giovane, con la trasposizione del disagio in un altro linguaggio, esprime la propria protesta ed il rifiuto di fronte ad una Istituzione in cui non si adatta. In alcuni casi il disturbo del comportamento, invece che portare ad una esplosione a “corto circuito”, può esprimersi con condotte auto-aggressive che possono favorire l’abuso di alcool o l’uso di sostanze.

Le condotte recriminanti, alle quali sottendono stati di tipo depressivo o stati a carattere ansioso, sono le più socializzate e comuni in quanto non violano i regolamenti e si esprimono generalmente con uno stato di malessere che il giovane tenta di risolvere mediante la richiesta di visita medica.

Questo tipo di condotte possono manifestarsi con stati influenzali che faticano a risolversi o che tendono a recidive, oppure con frequenti infortuni di lieve entità durante gli addestramenti. Sul piano prettamente psicologico, il giovane può sperimentare un vissuto di inadeguatezza di fronte alle richieste dell’Istituzione, e può alimentare la convinzione di non essere all’altezza e di non possedere le capacità necessarie per poter diventare un buon militare.

E’ proprio in questi casi che il lavoro dello psicologo, in sinergia con il personale medico, si rivela particolarmente prezioso. L’intervento dello psicologo è orientato, innanzitutto, a supportare il giovane nel momento di massima crisi, e successivamente ad aiutarlo a rielaborare i propri vissuti riattivando quei meccanismi di adattamento come, per esempio, la capacità di differire una gratificazione immediata per il raggiungimento di un obiettivo, o trovare una distanza emotiva da certe situazioni per ridurre le sensazioni spiacevoli, o ancora saper gestire certi impulsi e poter tollerare stati d’animo spiacevoli. Questi meccanismi consentono al giovane di raggiungere un equilibrio omeostatico con l’ambiente insieme ad una stabilità emotiva e di svolgere adeguatamente il suo compito nell’ambito militare.

E’ importante sottolineare che lo “stress della vita militare”, per quanto significativo, deve trovare personalità vulnerabili perché possa manifestarsi con un disturbo psicopatologico. L’impatto con l’ambiente militare in questi casi può costituire un momento critico per la rottura di un preesistente precario equilibrio psichico che fa “slatentizzare” alterazioni caratteriologiche fino ad allora più o meno controllate nell’ambito del contesto micro-sociale dell’individuo.

Bibliografia

-Biondi M., Pancheri P.: Lo stress, in: Trattato Italiano di Psichiatria. Masson, Milano 1993.
-Andreoli V.: Giovani. Rizzoli, Milano 1995

Articolo scritto da:

  • Psicologa Psicoterapeuta

    Con la mia attività professionale, mi propongo di aiutare le persone che vivono conflitti, difficoltà nelle relazioni, perdita del senso delle cose, a riappropriarsi dell'autoconsapevolezza, dell'autostima e della propria autenticità.

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